Figli:

istruzioni per l’uso

Alla nascita, con il suo essere così indifeso e fragile, così bisognoso d’aiuto, un bambino attiva un rapporto strettissimo con la sua mamma (o con chi, di fatto, lo accudisce).

É un rapporto di simbiosi, ereditato dai nostri antichissimi progenitori, essenziale per poter garantire al piccolo un’opportunità di sopravvivenza. È un legame che affina la sensibilità della madre, la quale impara a distinguere prestissimo il vagito del suo bambino, a interpretarlo e ad agire di conseguenza.


Ogni bambino, infatti, è un universo a sé, con i propri ritmi e le proprie caratteristiche, alcune già ben delineate fin dai primi momenti di vita, altre da far faticosamente emergere, altre ancora che compaiono solo con la crescita.

Ma è quasi sempre la madre a doverne stimolare la comparsa, a seguirne l’evoluzione e assisterne lo sviluppo.


Un tempo questo processo era agevolato, assistito e coadiuvato da una molteplicità di figure femminili, che ruotavano intorno alla neomamma e le rendevano più facile l’impresa. Sì, crescere un figlio è proprio un’impresa, e non delle più facili.


Spesso, infatti, fin dai primi giorni di vita, la madre si trova in conflitto con l’educazione da lei stessa ricevuta, e quindi cerca di comportarsi in modo opposto, per esempio prendendo in braccio il bambino appena piange, invece di aspettare che giunga il momento giusto per la poppata...

Talvolta la madre non sa bene cosa fare e quindi cerca aiuto in manuali o riviste, confrontandosi con altre neomamme, uscendone ancora più sconcertata e confusa...

Spesso deve cercare di conciliare il suo ruolo di madre con impegni lavorativi, che non sempre le consentono di dedicare al figlio il tempo e le cure che gli sono necessarie.


Se a tutto ciò aggiungiamo i sensi di colpa, che nascono dall’affidare sempre più precocemente il proprio bambino a figure diverse da quelle genitoriali (baby-sitter, puericultrici, parenti)... è facile capire come le sia difficile attivare una serena disposizione d’animo, un atteggiamento positivo e rilassato, il solo che consente al piccolo di attivare un senso di “fiducia di base” nei confronti della vita.

Le ricerche delle neuroscienze hanno infatti evidenziato come l’essere tendenzialmente ottimisti o pessimisti dipenda proprio dalla relazione che ciascuno di noi ha instaurato con la propria madre nei primi mesi di vita.


E il padre? Certamente anche lui ha la sua rilevanza, soprattutto oggi che può, se vuole, essere coinvolto fin dai primi mesi della gravidanza nel difficile processo di diventare genitore.

Anzi, in alcuni momenti può addirittura sostituire la madre in compiti di accudimento, anche se questo aspetto non trova la completa approvazione di tutti gli psicologi, perché secondo alcuni ostacolerebbe la formazione dell’identità sessuale.

La figura paterna è quella oggi più in discussione, perché sono cambiati i parametri a cui era tradizionalmente legato il ruolo del capofamiglia, che è venuto così a dover ridefinire la propria identità.

Venuta a decadere la sua funzione primaria, quella di dover mantenere moglie e figli, ha progressivamente visto diminuire anche il suo “peso” nelle scelte e nelle decisioni familiari.


A partire dal ’68, infatti, si è innestato un processo di profondo mutamento della società occidentale: valorizzazione dei giovani e “declassamento” degli anziani, aumento della presenza femminile sul mercato del lavoro e modifica delle mansioni maschili non più prevalentemente basate sulla forza fisica, diminuzione delle ore di lavoro e aumento del tempo libero; sono tutti fattori che hanno contribuito al progressivo declino del senso della gerarchia e del rispetto dell’autorità.


E, di conseguenza, uno spostamento degli equilibri, da una società a struttura verticale a una a struttura orizzontale.


A tutto questo aggiungiamo il numero sempre crescente di famiglie atipiche, con un solo genitore, o di figli con più famiglie, perché i genitori biologici hanno formato nuovi nuclei, così che nel processo educativo intervengono troppe figure, o troppo poche...


Ecco perché è oggi obiettivamente più difficile essere genitori: bisogna reinventarsi un ruolo, non più standardizzato né codificato, senza poter più far riferimento alla tradizione, perché troppo lontana dalla realtà attuale. Bisogna riuscire ad orientarsi fra tante teorie, più o meno nuove, spesso addirittura contrapposte, qualcuna, come il permissivismo del dottor Spock, sconfessate dallo stesso autore.


Evitare al bambino le frustrazioni o fargli imparare a sopportarle, “distrarre” il bambino che si impunta o fargli capire che sbaglia, assecondarlo, convincerlo o dirgli semplicemente di no, lasciare che “si sfoghi” o reprimere le intemperanze, creargli un clima rassicurante e ovattato o metterlo di fronte ai problemi della famiglia... insomma, trattarlo con le buone o con le cattive?





Il bambino consapevole




Un bambino è come un fiume, che necessita di argini, non troppo stretti, ma ben delimitati, per poter far fluire liberamente le sue potenzialità e non “impaludarsi”.


Purtroppo oggi non esistono più certezze: abbandonati i metodi autoritari del passato, spesso si finisce per scadere in un permissivismo senza regole né limiti, che crea solo disagio e confusione; a volte si cerca la strada della “ragionevolezza” e ci si scontra con bambini irrequieti e impulsivi che non sanno ascoltare; spesso il rapporto educativo si risolve in una lotta per il potere, dove o vince il genitore e il bambino perde, accumulando rabbia e frustrazione, o vince il figlio, e il genitore perde, accumulando insoddisfazione e sensi di colpa.


Eppure esiste una via senza lotte di potere, senza vinti né vincitori, la possibilità di trovare, insieme, una soluzione positiva del conflitto.


Ma è un processo che inizia, e deve iniziare, precocemente, quando il bambino è ancora molto piccolo. Importantissimi sono  il rispetto degli orari e dei rituali: al momento di andare a tavola, al momento di andare a letto, al momento di usare il vasino, al momento di prepararsi per uscire...   Vanno  instaurati precocemente e mantenuti uguali nel tempo, perché permettono al bambino di affrontare il cambiamento e lo aiutano ad interiorizzare il senso del tempo, così importante, poi, per l’apprendimento.


La crescita va accompagnata con il dialogo (che non deve diventare interrogatorio, né monologo!) che aiuta a trovare il senso dell’azione, e con le fiabe, che hanno una fortissima valenza “terapeutica”, perché aiutano il bambino ad affrontare le proprie paure, insicurezze, gelosie... in modo indiretto ma profondo (non è un caso se la stessa fiaba viene richiesta innumerevoli volte, fino a quando non ha esaurito il suo compito).

Le fiabe andrebbero lette, non raccontate, né, tantomeno, proposte nelle versioni dei cartoni animati, sia perché spesso il messaggio viene stravolto, sia perché il vedere non ha lo stesso effetto dell’immaginare.


Per poter costruire, insieme, una scala di valori e un sistema di riferimenti sicuro, è necessario che entrambi i genitori condividano alcuni punti fermi, che stabiliscano insieme i limiti e di conseguenza  le regole che intendono far rispettare ai propri figli.

Ma è anche necessario ricordare che, prima di tutto, i genitori devono essere coerenti: se le regole risultano trasgredite da chi dovrebbe farle rispettare, non possono venire interiorizzate da chi deve farle proprie.


È bene tener presente che non c’è nulla di più destabilizzante del promettere e non mantenere, del minacciare a vuoto, dell’incostanza nell’atteggiamento, in una parola, dell’essere incoerenti.

I bambini sono abilissimi nell’individuare le nostre incongruenze e a farsene scudo.


Poche regole, quindi, da mantenere con fermezza, non permettendo al bambino di barare strappando una concessione a un solo genitore.


Ma per aiutare il bambino a diventare consapevole, è prima di tutto indispensabile avviare il processo di separazione, ossia quel graduale distacco che renderà il bambino autonomo e indipendente.


Il processo di acquisizione graduale dell’autonomia è la fase più lunga del rapporto genitore-figlio, ma oggi assistiamo a un inquietante fenomeno: il prolungamento esasperato della fase di attaccamento, quasi che, tenendo il figlio legato a sé, ci sia per il genitore la compensazione del poco tempo trascorso con lui quando era più piccolo... non è un caso se, all’ingresso della scuola materna o anche elementare, la mamma attua inconsapevolmente un ricatto emotivo, inducendo il figlio a piangere, per sentirsi rassicurata dal legame che il pianto rivela.


E invece, è il bambino sicuro, forte dell’affetto dei genitori, che è in grado di affrontare con serenità il distacco, che rivela un sano e corretto legame affettivo, quello che gli permetterà di affrontare con entusiasmo le sfide della crescita.





L’ascolto attivo





Risolvere conflitti senza vinti né vincitori è possibile, se si mette in pratica il metodo elaborato da Thomas Gordon, l’autore di “Leader efficaci”, “Insegnanti efficaci”, “Genitori efficaci”, e, l’ultimo pubblicato, Né con le buone né con le cattive” (Edizioni La Meridiana).


Questo metodo efficacissimo richiede, da parte del genitore, molta pazienza e capacità di immedesimazione.

Richiede rispetto dei modi e dei tempi del figlio, capacità di coglierne e interpretarne correttamente l’umore, sensibilità per accompagnare il lento processo di espressione dei suoi sentimenti e delle sue emozioni, richiede di non cedere di fronte alle sue scenate, ma di non lasciarlo da solo a “sbollire” la frustrazione e la rabbia, ma soprattutto richiede di non sostituirsi a lui nel rielaborare il problema e nel trovarne la soluzione.



Per chiarire, prendiamo in esame una situazione abbastanza comune: un bambino di 3 o 4 anni desidera il giocattolo di un altro bambino.

Di fronte al NO, il bambino scalcia, urla, si getta a terra, si dimena.



Si possono verificare almeno 3 casi.


  1. 1.   Atteggiamento autoritario, repressivo

        Il genitore si impunta, sculaccia o aggredisce verbalmente il bambino:

        il bambino perde


  1. 2.   Atteggiamento permissivo

        Il genitore soffre o si imbarazza per la reazione del figlio, gli promette che gli comprerà un altro

        giocattolo uguale, anzi, più bello:

        il genitore perde


  1. 3.Negazione del problema

        Il genitore, cerca di reprimere la rabbia del bambino:   “Non devi fare così!”

        Oppure lo prende in braccio, cerca di consolarlo, di distrarlo con qualcosa d’altro:

        perdono entrambi



Oppure...


Ecco come si può intervenire, in modo da condividere il problema: qui di seguito il resoconto di un episodio realmente accaduto alla “Casa di Lettura per Ragazzi” di Verona nel 2000, dove però alla figura del genitore, che tendeva a negare il problema, si è sostituita un’educatrice.



Il genitore si avvicina al bambino urlante a terra, si china accanto a lui senza toccarlo e accompagna le sue emozioni, anche con il tono di voce.


Genitore: - Sei tanto tanto arrabbiato, perché non puoi avere il giocattolo. Mi dispiace tanto che tu sia così arrabbiato. Anche a me dà fastidio quando mi dicono di no.


Il bambino grida più forte, ma i suoi movimenti sono meno incontrollati: si mette a picchiare con pugni e calci il pavimento.


Genitore: - Sei proprio incazzato nero!”


A questo punto il bambino si mette a piangere e si fa prendere in braccio, e riesce a proclamare il suo sconforto.


Bambino: - Sì, sono incazzato nero perché è bello e lo volevo e ci potevo giocare a casa...


Il genitore accarezza il bambino, ne condivide lo stato d’animo e glielo restituisce, aiutandolo a far chiarezza dentro di sé.


Genitore: - Ti piacerebbe poter avere sempre tutto quello che desideri...


Bambino: - Ma poteva almeno prestarmelo!..


Genitore: - Avresti voluto che il tuo amico ti prestasse il suo gioco per portartelo a casa...


Bambino: - Sì!  Mi piacesse tanto!


Genitore: - Ti piaceva tanto, più del tuo gioco.  Mi dispiace per te...


Il genitore accarezza il bambino, rassicurandolo, aspettando che lo sfogo del pianto si esaurisca completamente, poi...


Genitore: - Però ci sono delle regole...


Bambino: - Però se domani gli impresto il mio gioco, magari lui me lo rimpresta...


Genitore: - Magari!... Domani glielo provi a chiedere.

        Vieni, adesso andiamo a lavarci la faccia, così poi ti senti meglio. Vuoi?


Bambino: - Mh-mh




Con l’ascolto attivo nessuno vince, nessuno perde.

Si costruisce consapevolezza insieme.


Con questo metodo, il bambino viene accompagnato ad esprimere le proprie emozioni (gli si danno “le parole per dirlo”) e a trovare la sua soluzione (che va rispettata).


É un procedimento che richiede senz’altro più tempo (la prima volta anche un’ora o più), ma ha in sé il vantaggio di far rielaborare al bambino la situazione, di fargli riconoscere le proprie emozioni, di riuscire a esprimerle verbalmente e di trovare autonomamente una soluzione.

Non sempre si arriva a trovare subito una soluzione soddisfacente: l’importante è che il bambino cominci a rielaborare la situazione.

In questo modo si avvia il pensiero riflessivo, ossia la capacità di rappresentarsi mentalmente le situazioni, fare ipotesi, valutare le possibili conseguenze delle proprie azioni, ma anche la capacità di tener conto delle esigenze, dei desideri e dei bisogni dell’altro, passando così dalla visione egocentrica a quella relazionale.


Ma, soprattutto, gli si consente di collegare in modo coerente e armonioso i due emisferi cerebrali, quello cognitivo-razionale e quello emotivo-creativo, evitandogli futuri squilibri e possibili dissociazioni.




Verona

Roberta Piccoli




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